Pausa non caffè
«Scappo, ci vediamo in centro tra un’oretta circa», dico a mia madre, infilando gli stivali e sgattaiolando fuori dalla porta-finestra prima che possa farmi qualsiasi domanda. Dovrei sistemare casa: è venuta apposta per aiutarmi, ma al momento il pensiero è solo quello di raggiungerlo. Tutto il resto può aspettare. L’arrivo del taxi mette fine alla marcia avanti e indietro sulla strada. Salgo, gli comunico l’indirizzo e guardo le vie dal finestrino come se fossero un film velocizzato, mentre l’autista racconta le sue disavventure.
Eccoci finalmente. Suono? No, magari c’è dentro un cliente e lo disturbo, forse è meglio scrivergli. Digito il messaggio e una voce attira la mia attenzione. Qualcuno decisamente più furbo di me lo chiama al telefono e chiede se può entrare. Brava pirla, mi rimprovero. Lui apre la porta dell’ufficio e resto fuori ad aspettare. Chatto con C per ingannare il tempo, finché sento delle risate avvicinarsi. Come se fossi un fuoco attizzato, la fiamma che arde dentro di me prende vita e il cuore inizia a battere più forte quando l’uscio si apre e lo vedo salutare quello che evidentemente è un amico.
«Hey!» esclama, accorgendosi della mia presenza, e mi invita ad accomodarmi. Lo seguo mentre osservo l’ambiente e sento quella inconfondibile sensazione di ebbrezza che prende il sopravvento ogni volta che ci incontriamo, come se avessi bevuto un Martini di troppo a stomaco vuoto. Chiude la prima porta, poi la seconda e, Dio mio, ci abbracciamo e baciamo. Tempo, fermati per favore: sto così bene tra le sue braccia, tutto va in blackout, tutto si arresta tranne il tempo, appunto. Ok, basta con questi dettagli, non voglio farvi alzare la glicemia.
Ci sediamo alla scrivania, parliamo e cerchiamo il contatto l’uno dell’altra, anche se non riesco a separarmi dalla confezione contenente il libro che mi ha regalato, perché in quel momento è l’oggetto più prezioso che ci sia. Ma la voglia è troppa. Lo appoggio sul tavolo e intanto lui appende alla porta un cartello con scritto torno subito: ci manca solo il guastafeste di turno. Assaporo le sue labbra e la sua lingua, toccandolo e stringendolo. Anche se manca il calore della sua pelle, bello l’inverno e i suoi mille strati di vestiti, sento i muscoli muoversi sotto le dita che, con non molta lentezza, scendono sui pantaloni. Li abbasso e voilà, il suo splendido cazzo duro tutto per me. Mi inginocchio e lo lecco prima di prenderlo in bocca. Mmm è così grosso e adoro quando lo spinge per farmelo ingoiare tutto. Starei ore a succhiarglielo, ma i minuti scorrono e lo voglio dentro.
Mi fa alzare e appoggiare contro una parete, solleva il vestito nero (sempre sia lodata la gonna) e mi sposta il perizoma di pizzo. Mi piego in avanti e allargo le gambe per permettergli di penetrarmi e così inizia a sbattermi. «Avevi voglia di scoparmi?» gli chiedo, ma in realtà non c’è bisogno di una risposta: lo percepisco e godo da impazzire.
Si stacca e gli propongo di usare la seggiola. Si siede e io su di lui. Le sue mani mi toccano dappertutto mentre ondeggio il bacino, prima di muovermi su e giù ed appagare il bisogno del suo cazzo. Mi fermo un attimo, oscillo i fianchi e gli accarezzo le palle; lui fa lo stesso con il clitoride e, avvertendo l’avvicinarsi dell’orgasmo, riprendo il sali e scendi. «Sei da porno», dice e, a queste parole, vengo. Una scarica di piacere si diffonde dal basso ventre fino alla testa e mi lascio pervadere da quella meravigliosa sensazione e, anche se è tutto così intenso da privarmi delle forze, continuo a muovermi per lui finché non mi dice «mettiti giù» e io obbedisco.
Come in un cerchio perfetto che si chiude, torno ad inginocchiarmi. Si sega e attendo la sua sborra, guardandolo con la bocca aperta e la lingua fuori. Adoro sentirla sul viso e raccoglierla con le dita, ma qui non è il caso di sporcare dappertutto. Appoggia la cappella tra le labbra e ingoio i suoi schizzi. E da golosa insaziabile quale sono, non mi accontento e lo ripulisco: ne voglio il più possibile.
Quanto vorrei ripetere tutto da capo, magari usando il bancone per sedermi, aprire le cosce e farmi leccare. Ma, ahimè, la sua pausa è finita: una cliente suona, le pratiche di chiusura chiamano e io, anche se un po’ nel pallone, mi godo la sua compagnia.
Queen B