Consolazione chiamata dominazione
Pensavo fosse l’uomo della mia vita, pazzo almeno quanto me, e invece “non è scattata la scintilla”. Sempre la stessa storia: sono la ragazza che tutti vogliono e, ovviamente, l’unico che non la pensa così è quello per cui sono presa io. Ma bando agli sfoghi sentimentali: questo ha fatto tornare in me la voglia di dominare, di avere tutti ai miei piedi e, visto che non devo neanche schioccare le dita perché ciò accada, non ho perso tempo. Dopotutto, a quanto pare, è proprio ai miei piedi che devono stare gli uomini, visto che al mio fianco non riescono.
Quale schiavo scegliere? Claudio, troppo feticista. Luca, no, non ho voglia di fare monologhi. Andrea è solo una schifosa puttanella. Diego sì, Diego è perfetto: masochista, proprio quello che ci vuole. Quindi gli scrivo un messaggio: “Prendi il primo aereo disponibile e corri dalla tua padrona, che per il momento ha voglia di degnarti di attenzione”.
In meno di un’ora mi scrive di aver comprato il biglietto e che domani alle 8:00 sarà nella mia città. Non ho nessuna intenzione di svegliarmi all’alba, quindi gli dico di restare in ginocchio agli arrivi dell’aeroporto fino alle 9:30 e che solo a quell’ora potrà prendere il taxi per raggiungermi.
Sto calzando gli stivali di vernice nera quando sento ululare: è arrivato. Gli apro e gli dico di sdraiarsi prono e di strisciare sulla ghiaia del vialetto fino all’ingresso. Esegue, arriva ai miei piedi e gli calpesto il viso.
«Ben arrivato, schifoso verme.» Premo la suola sulla sua guancia. «Togliti le scarpe, altrimenti sporchi. Anzi, togliti tutto, che non si è mai vista una merda vestita.»
Sollevo il piede e gli do un calcio per girarlo supino. «Svegliati, non ho voglia di stare sull’uscio tutto il giorno. Dio, guarda quanto fai schifo. Sei disgustoso. Sei fortunato che oggi mi andava di maltrattarti, perché neanche questa attenzione meriteresti, soprattutto tenendo in considerazione che io sono meravigliosa e tu sei una nullità. Bravo, guarda il pavimento: non sei degno di guardare i miei occhi. Lo vedi? Lì c’è la borsa con tutti gli attrezzi che ho intenzione di usare su di te. Anzi, la maggior parte li userai tu da solo, perché io voglio godermi lo spettacolo, voglio ridere, voglio cibarmi della tua sofferenza. E ora prendi un calice di champagne e portamelo camminando sulle ginocchia, e guai a te se rovesci anche solo una goccia.»
Appoggia il bicchiere sul tavolino di fronte al divano, sul quale mi sono seduta con le gambe incrociate, e gli tiro un sonoro ceffone, così, solo perché mi dava fastidio una parte di volto arrossata rispetto all’altra. «Già sei brutto, ci mancava solo questa discromia. Adesso sei comunque un cesso, ma almeno con un incarnato uniforme. Tanto per cominciare infilati il plug anale con la coda, altrimenti come fai a scodinzolare? A seguire, l’elastico, quello più stretto, sulle palle e la gabbia su quell’uccellino che meriterebbe di essere cotto in padella.»
Adempie ai compiti che gli ho dato e si mette a quattro zampe. «Ecco sì, fammi vedere come muovi quel culo, e ora abbaia. Bene. Ora portami il frustino. Ma mi fai vomitare, non in bocca, rincoglionito, idiota, ameba del cazzo che non sei altro.»
Mi alzo e, con il manico del frustino, lo ribalto per poter riempirgli le palle di calci. «Cosa ti salta in mente di farmi toccare i tuoi liquidi luridi?»
Finita la raffica di colpi nei testicoli, continuo con il frustino sul petto, sull’addome, sulle cosce. «Capovolgiti, che così mi sembri uno scarafaggio», e in questo modo riesco a colpire anche schiena e glutei.
«Diamine, mi fai così ribrezzo che almeno con tutti questi segni si mimetizza la tua lordura, fallito. Tu non sei un uomo, sei un fallito!»
Afferro delle pinze e, dopo aver scaldato la punta con la fiamma di una candela, gli pizzico dei lembi di pelle a caso, solo per sentire i suoi gemiti.
Ma quell’infame viene.
«Come osi, come ti permetti di lerciare il mio pavimento con quella cosa che non dovrebbe neanche uscire dal tuo microbo? Lecca, lecca fino all’ultimo residuo e poi pulirai il pavimento con il disinfettante.»
Prima, però, che possa farlo, gli graffio la schiena e gli parlo tirandogli i capelli, il suo punto debole: so quanto ci tenga alla sua misera chioma, quindi provo ancora più soddisfazione nel farlo.
Rido e sorseggio il liquido dorato dal mio calice mentre lui lucida le mattonelle. «Ora te ne puoi andare, non mi servi più. Ti avrei premiato con la mia pioggia dorata, ma ti meriti solo questo.» Gli sputo in faccia. «Vattene, per l’amore del cielo, e prenota il mio ristorante preferito. Ti devi decisamente far perdonare per la tua velocità, coniglio coglione.»
Sì, ora mi sento decisamente più leggera.
Bad Barby